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Alberta Ferretti: “Io, innamorata di Milano”

25 . 09 . 2017 di Redazione
Alberta Ferretti

Sono le cinque e mezza di un pomeriggio di settembre e la Terrazza della Rinascente è illuminata da un sole caldo, di quelli che scaldano il cuore. Alberta Ferretti è appena arrivata. Il suo sorriso è radioso nonostante i ritmi frenetici delle ultime ore. La sua sfilata del giorno prima è stata un successo, ma l’agenda rimane fittissima di impegni. “Sono già al quinto caffè”, commenta la designer. I capelli biondissimi, la pelle di porcellana, gli occhi castani e intensi e un crew-neck nero con una scritta scarlatta inconfondibile: “Innamorati a Milano”. Si tratta di un pezzo della nuova capsule collection che Alberta Ferretti ha realizzato in esclusiva per Rinascente: quattro crew-neck, in cashmere e lana a girocollo, in quattro varianti di colore (grigio mélange con scritta rosa, rosso con scritta avorio, nero con scritta rossa e rosa con scritta verde menta) e con una scritta a forma di cuore che recita, appunto, “Innamorati a Milano”. L’occasione è l’apertura del nuovo corner Alberta Ferretti al terzo piano della Rinascente, dove i nuovi modelli sono in vendita a partire da mercoledì 20 settembre.

Come è nata la collaborazione con Rinascente e in cosa consiste?

“Dopo il grande successo della Rainbow Week, in diversi mi hanno chiesto di realizzare una capsule in esclusiva. Ho scelto Rinascente perché mi piaceva l’idea di sostenere l’Italia e, in più, volevo puntare su Milano. Non ci sarebbe stata occasione migliore per celebrare tanto lo shopping italiano quanto questa città”.

 

Il suo matrimonio con la moda inizia prestissimo: sua madre era proprietaria di un atelier e Lei passava molto tempo in negozio. Che ricordo ha di quel periodo? Che ragazza era?

“È vero, andavo in negozio tutte le volte che potevo. Ero una bambina e guardavo con un occhio creativo mia madre che drappeggiava i tessuti, che modellava i corpi femminili. È come se fosse stato un segno, per me. Giovanissima, ho aperto la mia prima boutique: era l’unica possibilità per avere un contatto con il pubblico, con le donne. Dico sempre che le mie clienti sono state le mie docenti e che la mia boutique è stata la mia aula. Ho imparato tanto in quel periodo, ma c’era ancora quella voglia di creare, quel desiderio di lavorare sui tessuti. E così ho realizzato una collezione per il mio negozio: da lì è partito tutto”.

 

C’erano delle dive di quel periodo che apprezzava particolarmente e che hanno in qualche modo influenzato il suo stile?

“Ricordo che guardavo i vecchi film con mia madre e c’erano queste attrici bellissime che si truccavano in sottoveste e poi si rivestivano. Non ci potevo credere: perché mettersi i vestiti quando con quelle sottovesti stavano così bene? Le mie dive sono state le mie clienti: la mia più grande soddisfazione quando ho iniziato con la moda era rendere belle le donne, far sentire ognuna di loro una diva. Lo faccio ancora oggi: è importante che la resa sul corpo femminile abbia qualcosa di speciale, che racconti qualcosa”. 

Cosa vede quando si guarda allo specchio?

“Una donna piena di energia, piena di determinazione, con tanta voglia di fare e che pensa che tutto sia ancora possibile”.

Cosa ricorda della sua prima sfilata? Se non sbaglio al suo debutto in passerella a Milano era giovanissima.

“Il terrore. Era tutto nuovo, tutto inaspettato e avevo una paura tremenda. All’epoca una sfilata durava più di mezz’ora, ma ero così ansiosa, concentrata e spaventata che mi sembrava che tutto accadesse in 3 minuti. ‘Ho fatto uscire tutte le modelle, erano tutte preparate?’, non facevo che chiedermi. A un certo punto ho cominciato a piangere dall’emozione: è stato un bellissimo applauso, un bellissimo debutto e la critica fu molto positiva”. 

Quest’anno, agli Oscar, l’abito nero indossato dall’attrice Taraji P. Henson è stato lodato dalla critica e dalla stampa. Qual è l’abito indossato da una diva sul red carpet ad averla resa più orgogliosa?

“Tutte quante sono state una grande soddisfazione, ma il ricordo più bello è sicuramente quello del primo abito ad aver debuttato sul tappeto rosso: ero ancora giovanissima e Uma Thurman indossò un long dress scarlatto. Forse non è stato l’abito più bello ad aver calcato un red carpet, ma è stato il primo. Ogni volta mi dico che la prossima volta sarà ancora più bello. L’essere scelta in mezzo a tanti designer è sempre molto importante per me”.

Se potesse tornare indietro, magari ai tempi del cinema della Golden Age, chi vedrebbe bene come testimonial di Alberta Ferretti?

“Farei un po’ un insieme. Mi piacerebbe l’eleganza di Grace Kelly, l’essere sofisticata di Audrey Hepburn e la sensualità di Marilyn Monroe”.

Taraji P. Henson in Alberta Ferretti
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