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Lords of the Green

03 . 04 . 2018 di Gabriele Ferrari

«La via più chiara verso l’universo» diceva John Muir, naturalista americano e pioniere dei primi movimenti conservazionisti «è attraverso una foresta selvaggia». Facile da dire per un esploratore ottocentesco, ben più complesso per chi, nel 2018, conosce un’unica giungla, quella urbana, ed è abituato a camminare tra alberi di cemento e vetro e a sentir soffiare il vento tra i semafori più che tra le fronde. O forse no? Silenziosa come la foresta di Amleto, la rivoluzione che invochiamo da anni per tornare a respirare sta entrando nelle nostre vite e le sta cambiando – in meglio. Sempre di più, l’Italia è un Paese verde: un terzo del nostro territorio è ricoperto da foreste, l’agricoltura biologica cresce del 20% all’anno, le grandi metropoli fanno a gara a chi pianta più alberi e recupera più parchi.
Anche le nostre case, dalle ville in periferia agli appartamenti del centro città, sono sempre più verdi, se è vero che un italiano su due ha fiori e piante in casa o in giardino. Ed è a loro, e ancora di più a quel 50% che ancora non si è fatto travolgere dalla valanga verde, che è dedicata The Green Life, l’iniziativa di Rinascente che dal 27 marzo al 18 aprile porta la natura in nove città d’Italia (Milano, Monza, Roma, Padova, Torino, Firenze, Palermo, Catania e Cagliari). Tre settimane di vera e propria invasione floreale, con l’allestimento di un bosco davanti allo store milanese e di una serra aperta presso quello romano, l’organizzazione di workshop ed eventi showcooking in tutte le sedi, e allestimenti a tema dei più importanti vivaisti d’Italia.

Chi ama il verde, non rinuncerà a questo appuntamento. Per farlo sapere agli amici basta condividere i momenti della ‘The Green Life’ con gli hashtag ufficiali dell’evento: #SuccedeinRinascente e #TheGreenLife.

The Green Life, insomma, è un invito a cuore aperto ad abbracciare la vita verde, a riscoprire la bellezza e il valore delle piante e cambiare, con pochi, semplici gesti, la qualità della propria vita.
Ma le piante non sono solo bellezza ma anche arte, cultura, scienza. L’abbiamo chiesto a Csaba dalla Zorza (scrittrice ed esperta di lifestyle e savoir-vivre), Marinella Rauso (green blogger, architetto e interior designer) e Pietro Leemann (chef stellato vegano): tre personalità apparentemente diverse, ma unite da un legame fortissimo e di un color verde intenso, che ci hanno dato consigli e indicazioni su cosa comprare per rendere la nostra vita un po’ più green.

Csaba dalla Zorza
Le piante, noi e gli altri

«Le piante in tutta la casa sono un tocco essenziale per poter creare una sorta di continuità tra il dentro e il fuori, anche in città». Per Csaba dalla Zorza, scrittrice e conduttrice tv, la vera vita verde è quella vissuta a 360°.
« Per me lo stile di vita verde dev’essere a tutto tondo: dalla bellezza alla casa, dalla decorazione al cibo». L’importanza di una pianta, ci ricorda Csaba, non deve rimanere confinata alle mura domestiche: «Iniziative come The Green Life sono fondamentali per la città, perché portano attenzione in modo diretto su temi importanti, partendo dal bello, dal piacere di vivere bene, anziché dal problema in sé».
E Csaba cosa sarebbe, se fosse una pianta? «L’alloro. È una pianta mediterranea, forte, apparentemente coriacea ma dal profumo sottile. Cresce libera e può prendere la forma di un grandioso albero, eppure è usata foglia a foglia che riesce a fare la differenza».

Qual è la pianta (o le piante) giuste da portare in dono a qualcuno, e quelle che fa piacere ricevere, e perché?

Pochi sanno che le piante non si portano mai “a scatola chiusa”. Andando in visita, ad esempio per una cena, è meglio evitare di portare fiori o piante a chi non conosciamo, perché il verde è una parte essenziale delle nostre abitazioni e deve essere coordinato. Le buone maniere prevedono infatti che i fiori o una pianta siano inviati il giorno successivo alla cena, con un breve biglietto di ringraziamento. Io amo ricevere e donare piante di dimensioni medie, che possano crescere con la casa. Piccole palme reali o un acero giapponese per il giardino. Gli agrumi, specialmente il limone. E poi piante da interno come  la Monstera Deliciosa, con le sue foglie ampie. La adoro: da portare e da ricevere, ma l’ho anche scelta stampata sopra un abito.

Una pianta per ogni stanza della casa: quale scegli, e perché?

Le piante in tutta la casa sono bellissime – per me un tocco essenziale per poter creare una sorta di continuità tra il dentro e il fuori, anche in città. In cucina solo erbe aromatiche: menta, origano, basilico, prezzemolo, timo. Nel bagno orchidee bianche o gialle. In salotto ho una pianta di ficus che curo da 28 anni e che è cresciuta, letteralmente, con me. Nelle stanze da letto preferisco i fiori recisi, in vasetti piccoli, in modo da poterli cambiare spesso. Per i bambini abbiano scelto il bonsai: un piccolo melo.

Quanto sono importanti iniziative come The Green Life di Rinascente, che promuove uno stile di vita più verde a tutto tondo?

Sono iniziative fondamentali per la città, perché portano attenzione in modo diretto su temi importanti, partendo dal bello, dal piacere di vivere bene, anziché dal problema in sé. Rinascente, da sempre, è un luogo di avanguardia dove si può incontrare la tendenza e toccarla in modo concreto. Non mi stupisce dunque che proprio qui si sia dato vita a un progetto di divulgazione dello stile di vita verde a tutto tondo: dalla bellezza alla casa, dalla decorazione al cibo. È fondamentale che le persone possano comprendere come vivere davvero in modo più verde, nella quotidianità. Io insegno a farlo a tavola, con i miei libri e il mio hashtag #honestlygood. Rinascente si fa portavoce dello stile di vita verde a tutto tondo, e mi auguro che possa, anche in futuro, continuare a rilluminare con i suoi progetti la strada della consapevolezza green.

Marinella Rauso
Le piante e la città

Marinella Rauso, architetto, interior designer e curatrice del blog I Love Green Inspiration, sogna un mondo in cui «lasciamo tutti entrare il verde nella nostra vita».

Per Marinella «sono molto i luoghi della città abbandonati che possono facilmente essere restituiti alla natura: un muro di cemento può diventare una facciata vegetale, un’aiuola abbandonata, un mini giardino fiorito». Una rivoluzione che nasce dal basso, quindi: «Bisogna cominciare ad agire, in uno o più punti, per portare benefici su una scala più ampia. Iniziative come The Green Life sono l’innesco di una reazione, speriamo a catena».

Quale pianta ti rappresenta, e perché?

Il bambù. Ho sempre amato il suo essere fragile e resistente al tempo stesso. Colorato di un verde perenne, non si piega né al tempo né alle stagioni. È una delle piante più architettoniche che io conosca. Può vivere in un piccolo vaso o arrivare a rivestire la facciata di un edificio.

Una delle rubriche del tuo sito si chiama “ispirazione verde”. In che modo questa scelta può migliorare la nostra vita?

Quando lasciamo entrare il verde nella nostra vita, scegliamo di fare qualcosa per noi. L’ispirazione verde può essere la necessità di una sensazione prettamente visiva – un parato floreale in bagno; o percettiva a 360° – the urban jungle, la giungla di piante coltivate in soggiorno, cucina o se lo abbiamo in terrazzo. Ispirazione verde è portare un esterno all’interno. Un’idea di tempo libero e svago nel caos del quotidiano. Leisure â porter.

È facile ispirarsi al verde in alcuni aspetti della nostra vita ma è una filosofia che si può applicare anche in campi, come l’abbigliamento?

Dai guerilla gardener agli stilisti. Tutti coloro che si interrogano sul bello non sono immuni al fascino del verde. Ispirazione continua. Per la forma o la texure di un abito; la grafica di una stampa; la scenografia di una sfilata di moda; il tema di una collezione di gioielli. Cito spesso i due livelli, etico ed estetico, che convergono nella filosofia green.

Quanto può un’iniziativa come The Green Life cambiare la nostra percezione di come il verde possa migliorare la nostra vita?

Portare il verde in città e vicino la quotidianità delle persone è fondamentale. Innanzitutto per sensibilizzare al bello e alla ricerca del benessere. Non bisogna per forza accontentarsi. Un muro di cemento può diventare una facciata vegetale (le opere dell’artista – botanico Patrick Blanc). Un’aiuola abbandonata, un mini giardino fiorito (con le azioni estemporanee dei guerilla gardener).

Sono molto i luoghi della città abbandonati che possono facilmente essere restituiti alla natura. Piccole azioni, anche staccate, si possono idealmente ricollegare e unire in un progetto più ampio. È la teoria alla base dell’agopuntura urbana. Cominciare ad agire, in uno o più punti, per portare benefici su una scala più ampia. The Green life è l’innesco di una reazione, speriamo a catena.

Pietro Leemann
Le piante e la cucina

Nato in Svizzera, a Locarno, ha vissuto, e cucinato, in tutto il mondo. Oggi è chef stellato al Joia di Milano, il primo ristorante vegetariano in Europa a ottenere una stella Michelin, e ha costruito una carriera, e una filosofia, intorno a un concetto semplice e fondamentale: diversità. Il suo invito a chi ha deciso di abbracciare The Green Life è quello ad allargare i propri orizzonti.

La cucina verde, insomma, non è qualcosa che si impara sui libri: «Non basta conoscere gli ingredienti, bisogna averli assaggiati: la cultura del cibo è esperienziale». E come Leemann ha viaggiato in India, Cina, Giappone e Corea per allargare i propri orizzonti («In Giappone ho imparato l’essenzialità, come trattare le verdure senza alterarle, mentre in Corea ho scoperto i cibi fermentati»), così possiamo fare anche noi, nella nostra cucina: «Come nel cibo la varietà è cultura, nel popolo umano la diversità è cultura. Non bisogna chiudersi a quello che non è nostro, ma aprirsi a quello che arriva come scambio, e questo scambio per me avviene attraverso il cibo. Con il cibo ci apriamo al resto del mondo e miglioriamo la nostra relazione con gli altri e con la natura».

Quale pianta la rappresenta, e perché?

«Il castagno. Ho passato l’infanzia in una casa immersa in un bosco di castagni; sono piante straordinarie, maestose. E poi non muoiono mai: ci sono alberi dalle mie parti che hanno 500 o 600 anni e continuano a rigenerarsi, a rinascere. E ovviamente amo tantissimo i frutti del castagno, li uso spesso in cucina. Andare a raccogliere le castagne in autunno è una delle cose più belle che ci siano».

Parlando di piante in cucina: quali non dovrebbero mai mancare in casa di nessuno?

«È facile citare le solite erbe aromatiche, ed è facile abituarsi a mangiare sempre le stesse cose: il basilico, il prezzemolo, la menta… In realtà io credo sia interessante allargare i nostri orizzonti: la santoreggia, per esempio, è un buon sostituto del timo, al posto dell’origano si può usare la maggiorana, il timo salvia e il timo limone sono due sapori diversi dal solito che non usiamo quasi mai… è importante in cucina allargare la propria prospettiva. Vale lo stesso se si parla di verdura: non limitiamoci a mangiare peperoni e melanzane, esploriamo quello che ogni stagione ci offre! Adesso per esempio arriva la primavera: vanno bene gli asparagi, piacciono tanto anche a me, però esistono anche le taccole, i piattoni, i piselli, la lattuga barba dei frati, i cardoncelli…».

Quali, invece, bisognerebbe riscoprire?

«La gamma delle piante coltivate a scopo alimentare, e quindi degli ingredienti disponibili, è stata per anni molto limitata: per esempio nel mondo dei cereali ci si è limitati a coltivare frumento, riso, mais e poco altro. La nuova tendenza, però, è di riallargare la prospettiva, e riscoprire ingredienti che si usavano un tempo ma che si è smesso di utilizzare: i legumi, per esempio, non sono solo fagioli e lenticchie. È il cuore del lavoro che faccio con il mio ristorante, è la vera ricchezza alimentare: non il cibo prezioso (e costoso) arrivato chissà da dove, ma quello della stagione in cui siamo, magari coltivato in modo biologico da un contadino che conosciamo. È una risposta alle monoculture, che restringono la gamma di ingredienti disponibili e quindi impoveriscono la cultura del cibo. Che non significa solo conoscere tanti ingredienti, ma averli esperiti in prima persona, averli fatti propri, assaggiandoli, abbinandoli. La cultura del cibo è esperienziale, i libri non bastano, bisogna sporcarsi le mani».

Lei ha fatto diverse esperienze all’estero, dall’India alla Corea al Giappone: c’è qualcosa che possiamo imparare dagli altri Paesi?

«Come nel cibo la varietà è cultura, nel popolo umano la diversità è cultura: ho sempre da imparare dall’altro, sono fautore di una cucina aperta a tutte le culture. Non bisogna chiudersi a quello che non è nostro, ma aprirsi a quello che arriva come scambio, e questo scambio per me avviene attraverso il cibo: ogni Paese ha una sua caratteristica, se penso all’India penso alle spezie e al loro modo di trattarle che non ha eguali nel mondo, se penso al Giappone invece penso allo zen, quindi alla loro cultura dell’essenzialità e a come trattano le verdure in cucina senza alterarle. Se penso alla Cina penso al tao, quindi al senso dell’equilibrio nei piatti (ma anche nella vita). La Corea mi ha insegnato a usare lo zenzero e la curcuma, che sono ormai diventati anche in Italia ingredienti di uso comune, e mi ha fatto scoprire i cibi fermentati: il padiglione coreano di Expo diceva che sarebbero potuti diventare la soluzione a tutti i mali del mondo, ed è vero, perché far fermentare un cibo ne moltiplica esponenzialmente l’aspetto nutritivo. C’è sempre da imparare dagli altri: bisogna approcciare la cucina come fossimo bambini, sempre pronti ad assorbire nuove esperienze, e andando contro ogni campanilismo alimentare. Con il cibo ci apriamo al resto del mondo e miglioriamo la nostra relazione con gli altri e con la natura».

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